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Recensione La vita oscena

Apre la sezione Orizzonti della 71a di Venezia La vita oscena, un calderone espressivo infarcito di atmosfere punk-rock alla ricerca di una qualche novità.

Apre la sezione Orizzonti della 71a Mostra d'arte cinematografica di Venezia La vita oscena, opera quinta del regista cinematografico e televisivo Renato De Maria che i più ricorderanno per titoli come Paz! e la serie di successo Distretto di polizia. Tratto dal sofferto romanzo autobiografico di Aldo Nove, qui cosceneggiatore insieme al regista, il film ha come protagonista il giovane e ancora poco conosciuto attore francese Clément Métayer che aveva precedentemente lavorato per Qualcosa nell'aria di Olivier Assayas. Nel cast anche Roberto De Francesco e la sempre tormentata Isabella Ferrari che, memore ancora dello scandalo/successo di E la chiamano estate presentato al Festival Internazionale del Film di Roma nel 2012, non manca mai di sperimentare le nuove frontiere contro le quali il cinema italiano troppe volte si infrange.

La vita oscena racconta il dramma dell'adolescente Andrea trovatosi di colpo ad affrontare il dolore e il trauma causato dalla morte di entrambe i genitori e in particolar modo della madre, donna appassionata e piena di vita stroncata prima dalla depressione e poi dal cancro. A lei De Maria dedica principalmente l'attenzione, fulcro emotivo e presenza evocativa dalle fattezze quasi sacre che permane per tutta la durata della pellicola a sfavore di una figura paterna (e maschile) poco delineata e interessante. Senza famiglia Andrea vuole morire ma non ci riesce in nessun modo, quando non interviene qualcuno a salvarlo è lo stesso cuore che si rifiuta di cessar di battere anche dopo aver sniffato la sua intera sagoma fatta di cocaina. Non riuscendo a morire Andrea si perde in vortice bulimico di sesso e droga alla disperata ricerca di un sentire la cui assenza rende per l'appunto la vita oscena.

De Maria ci prova in tutti i modi tentando l'innovazione, il virtuosismo, il delirio immaginifico lynchiano (a cui non si riesce a non pensare nelle scene in cui gli attori indossano maschere di animali), la psichedelia visiva dell'abuso di sostanze stupefacenti, lo slow motion dell'alienazione, lo straniamento causato da personaggi che si rivolgono direttamente allo spettatore, la rauca voice off attraverso cui Andrea (auto)commenta e riflette su ciò che gli accade e gli è accaduto. Un calderone espressivo infarcito di atmosfere punk-rock che sovente sfociano in un trash non si sa quanto consapevole alla ricerca di una qualche novità, di un qualcosa di cinematografico che faccia la differenza ma che si risolve solo in un buco nell'acqua, un film che per il suo voler essere "troppo personale", e anche pretenzioso, letteralmente esplode nelle mani del suo fautore.

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