

Recensione Guida tascabile per la felicità
Presentato nella sezione Alice nella città durante la nona edizione del Festival internazionale del film di Roma, Guida tascabile per la felicità è un piccolo film dai buoni sentimenti ma che cerca di mostrare un punto di vista diverso e nuovo sul grande schermo.
di Giorgia Tropiano / 16.10.2014 Voto: 7/10
Guida tascabile per la felicità rappresenta l’opera prima di Rob Meyer ed è presentato in concorso in Alice nella città, sezione autonoma della nona edizione del Festival internazionale del Film di Roma 2014. Protagonista della pellicola è il giovane attore Kodi Smit-McPhee, famoso per i suoi ruoli in The Road e Blood Story, affiancato da un attore dalla grande esperienza come Ben Kingsley. La storia segue le fila dei classici romanzi di formazione, dove sono sempre i buoni sentimenti a trionfare ed affronta tematiche universali come la perdita di una persona cara, le difficoltà ad affrontare il lutto subito, l’importanza di alcuni valori come l’amicizia, l’amore e il perdono ma soprattutto il passaggio dall’età adolescenziale verso quella adulta.
David (Kodi Smit-McPhee) ha da poco perso la mamma e si ritrova a vivere con suo padre e la sua nuova compagna che stanno per sposarsi. La perdita della figura materna per lui non è stata per nulla facile, in quanto lei rappresentava per il ragazzo una vera e propria guida. La cosa più importante che gli ha trasmesso è la passione per il birdwatching che per David non è un semplice passatempo ma una vera e propria ragione di vita, l’unica cosa che può rappresentare ancora un filo diretto con la madre. Un giorno il ragazzo pensa di aver avvistato quella che è considerata da tempo una specie estinta e così David organizza una spedizione con i suoi amici più cari per partire alla ricerca del prezioso volatile. Quella che sarebbe dovuta essere una semplice avventura si trasforma in una vera e propria lezione di vita.
Guida tascabile per la felicità, come detto, porta avanti valori e racconta sentimenti più volte trattati sul grande schermo e non propone nulla di nuovo od originale. Però ci sono alcune caratteristiche che lo fanno elevare sì a prodotto di genere e per un pubblico giovane ma che lo rendono unico. Innanzitutto il tema di base è il birdwatching, poco trattato al cinema, tutta la pellicola dà molta importanza a questo hobby, tanto che il fattore scatenante della storia è proprio la ricerca di un’anatra ritenuta estinta. Altro punto a suo favore è il tono con cui tutto il film è raccontato. I tre giovani protagonisti fanno parte di un ristretto gruppo di studiosi di birdwatching che amano incontrarsi per parlare della loro passione e prendono tutto estremamente sul serio, conoscono bene la materia con cui hanno a che fare, sanno il latino e lo utilizzano per parlare tra di loro senza farsi capire dagli altri, ma allo stesso tempo non sono rappresentati come i classici nerd, sono sì diversi dagli altri ragazzi della loro età ma sanno essere comunque simpatici e spensierati, senza prendersi troppo sul serio. Il finale cade troppo nei buoni sentimenti ma resta comunque un piccolo film ben fatto e che trasmette serenità e allegria.